Buon Compleanno Anna e Cesare

Sono trascorsi due anni da quel venerdì 27 gennaio che mi ha letteralmente stravolto la vita.

Giovedì 26 gennaio 2017 ho salutato per l’ultima volta mia nonna Noemi. È stato un funerale di quelli belli (se cosi si può definire un funerale) dove parenti, amici e semplici conoscenti hanno travolto d’affetto me e la mia famiglia e ci hanno circondato di dolci parole nei confronti della mia super nonna che si era fatta volere bene da tutti.

Il mio pancione era grande, non troppo mi dicevano per essere incinta di due gemelli, ma io quel giorno non riuscivo ad infilarmi gli stivali e avevo un dolore tremendo che partiva dalla schiena e arrivava fino alla gamba sinistra. Non potevo fermarmi, dovevo farmi forza. Il parto cesareo era programmato per fine febbraio, sembrava una data lontana. Nico era al lavoro a Roma,  Vittoria andava all’asilo ed io dovevo consegnare dei lavori prima di dedicarmi completamente ai bambini.

Quella sera, dopo il funerale, mia mamma non è riuscita a convincermi a rimanere a dormire da loro, avevo troppe cose da fare a casa, così io e Vittoria siamo rientrate. Prima di addormentarci abbiamo ripercorso tutte le emozioni di quelle giornate così particolari e immaginato il nostro futuro in 5.

È il 27 gennaio 2017 e la sveglia suona presto, mi alzo dal letto e mi rendo conto di non avere più il dolore alla schiena e alla gamba, finalmente è passato penso, ho dato la colpa alla stanchezza.

Faccio pochi passi per raggiungere il bagno e mi si rompono le acque.

Oh cazzo, troppo presto, non sono pronta. Nico non c’è, cosa faccio?

Lascio Vittoria dormire e mi siedo alla scrivania a pensare a come sia meglio agire.

Perché in realtà non si è mai pronti a partorire.

Scelgo di chiamare l’ospedale prima di mio marito e dei mei genitori. Mi consigliano di stare calma, di non preoccuparmi e di arrivare a Udine il prima possibile.

Alle 7.10 chiamo Nico, mi ricordo ancora la telefonata:

E: Amo buongiorno, mi si sono rotte le acque.

N: Nooooo e adesso?

E: Non so, fammi andare in Ospedale e poi ti aggiorno.

N: ok io parto adesso?

E: no dai, torna sta sera come da programmi, magari in Ospedale mi fanno qualcosa (io, ingenua).

N: ok tienimi aggiornato.

 

Poi chiamo i miei:

E: Mamma, mi si sono rotte le acque.

M: Ecco ti avevo detto di rimanere a dormire qui ( il conforto che aspettavo).

ok arriviamo.

 

Non voglio dilungarmi sul parto, è iniziato come naturale ed è finito con un cesareo. Io volevo solo che mio marito arrivasse in tempo per vedere i nostri bambini nascere. E così è stato. Lui è arrivato alle 16.30, Anna è nata alle 16.37 e Cesare alle 16.38.

Io però li vedo un attimo, non li sento piangere o meglio li sento piangere “strano”.

Sono ancora intontita e mi portano in camera dove però non c’era nessuno ad aspettarmi: né i bambini, né mio marito né i miei genitori.

Prendo il mio telefono e chiamo Nico:

E: dove sei?

N: sono con loro, tutto bene ti mando una foto.

…….

…….

Nella foto vedo due incubatrici, due piccolissimi bambini con dei tubicini nel naso, una flebo in testa e una lucina rossa nei piedini.

E: tutto bene un cazzo!Dove sei? Vieni da me!

 

Quando è nata Vittoria, l’ho tenuta in braccio fin da subito, in camera eravamo io e Nico, felici, impauriti ed emozionati. Quindi sapevo come funzionano queste cose: il bambino nasce, lo controllano, lo lavano e lo danno al papà nella culletta e lui, con un sorriso enorme, te lo porta in camera.

Loro non c’erano, ero sola, il vuoto rimbombava in camera e dentro di me.

Non è stato facile, anzi è stato difficilissimo.

Non poterli vedere, annusare, tenere in braccio, guardare negli occhi, coccolarli e nemmeno semplicemente fotografarli.

Quando nascono prematuri e li portano in neonatologia tu mamma, la loro mamma, non puoi fare niente. Solo aspettare.

Loro sono in neonatologia in terapia intensiva, i miei bambini che ho solo immaginato e sognato per 8 mesi non sono più dentro di me, sono in pericolo di vita e io non li ho nemmeno visti bene. Cos’hanno? Perché non sono qui con me? Dove ho sbagliato? Si, perché inizi a darti anche la colpa di quanto successo.

In neonatologia nessuno si sbilancia, nessuno ti dice niente. Le infermiere sono bravissime, ti vedono impaurita e cercano di consolarti ma non parlano della situazione clinica dei bambini.

Anna e Cesare prendono il latte con una siringa,  vengono cambiati all’interno dell’incubatrice, Controllati e visitati più volte al giorno. Credo che abbiano fatto più visite mediche loro che io in tutta la mia vita.

I giorni passano lenti, tu mamma torni a casa dall’ospedale con la borsa piena di tutine e body che non hai potuto utilizzare. Prima di rientrare a casa passi a comprare il tiralatte perché i tuoi bambini in ospedale aspettano il tuo latte.

Torni a casa con tuo marito, siete soli. Imposti la sveglia ogni 3 ore, ti alzi e nel silenzio della notte accendi il tiralatte. Un rumore assordante, un rumore che ti rimane in testa per mesi, un rumore che spezza quel silenzio che dura da giorni.

Il mattino seguente porti il latte della notte ai tuoi piccoli. Il latte materno è come una medicina per i prematuri, dicono. Ti fai forza, è dura ma lo fai per loro. Le mamme fanno di tutto per i loro piccoli.

Passano le giornate, passano le settimane. Le tue “amiche” mamme di neonatologia che hai conosciuto in reparto, una alla volta iniziano ad andare a casa con i loro bambini. Le saluti con un po’ di invidia ma anche con molta paura. Non ti senti mai pronta a portare a casa due creature così piccole ed indifese, non ti senti all’altezza. Hai paura che succeda qualcosa. In ospedale sono monitorati 24 ore su 24 invece a casa sei sola con loro.

Per fortuna dopo solo due settimane Anna e Cesare sono venuti a casa con noi. Pesavano 2 kg, mangiavano da soli (a fatica), non dormivano molto ma erano bellissimi!

Sono state due settimane interminabili, quindici giorni di viaggi da Pordenone a Udine, emozioni altalenanti con gli ormoni e i pensieri che andavano dove volevano. Non è stato facile.

Vittoria era con i nonni, non potevo pensare a lei, non avevo la forza, non avevo la testa per farlo.

Per fortuna adesso è solo un ricordo, una ferita che si rimarginerà con il tempo. Per il momento è ancora troppo fresca. Sono stata fortunata rispetto ad altri, lo so molto bene.

Anna adesso pesa 12 kg ed è un vulcano, Cesare ne pesa 11 kg ed è, come dicono qui a Roma, un “piacione”. Oggi li guardo correre e saltare e i miei pensieri tornano a quei giorni in ospedale, erano così piccoli ed indifesi…li stringo forte come avrei voluto fare due anni fa e li lascio andare. Le mamme fanno così, li guardano andare lontano.

Il 27 gennaio del 2010 sono nate anche Syria e Sheryl, le due splendide gemelle di mia cugina Elena.

A giorni deve nascere anche F. il mio nipotino.

Nella nostra famiglia gennaio è un mese di nascite e di morte…è la vita, dicono.

Erica

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